TAPASCIO SFIGATUS: LE DISAVVENTURE DEL PODISTA COMPA

TAPASCIO SFIGATUS.
No limits … no Compa! Storia tragi-comica di un infortunio.

Bagài,
durante la mia prima “vita podistica” ho sempre cercato di raggiungere i massimi obiettivi possibili in termini di velocità, che per me erano i 6”/km —)))
Qualche raro allenamento e poi  un paio di uscite settimanali in cui prediligevo le lunghe distanze; non sono mai stato un atleta ma nelle retrovie mi difendevo bene.
Dopo il problema al ginocchio, cartilagini kaputt, l’ortopedico mi ha detto di fare nuoto e bici ma di evitare ogni sport in cui il piede battesse sul terreno …
Ho risposto “obbedisco” ed … ho continuato a correre! Però partendo dalla consapevolezza che non avrei più potuto fare quello che facevo prima e che avrei dovuto gestire il ginocchio in modo ragionevole; niente corse lunghe, velocità da bradipo (7”-7.30”/km) alternando corsa al passo.
Ho perciò privilegiato le tapasciate e quelle gare in cui il tempo massimo fosse “clemente” ed in cui prevalesse lo spirito goliardico e la voglia di stare insieme: le missioni dei Podisti da Marte in primis e poi le gare sociali dei Road, le Run5.30, la staffetta MCM, ecc.
In quest’ottica mi sono iscritto domenica 3 luglio alla “Brescia no limits” gara “goliardica” di  20km su terreni accidentati con ostacoli da superare; tempo massimo 5 ore; ho fatto squadra con 2 belle pollastrelle, Elena e Lauretta; arrivati in zona chiediamo ad un vigile dove parcheggiare “Pota, metèla lè o là in dùe ghè post!”; giuro la prima parola che ha detto è stata “pota”! al ritrovo si respirava un’aria di festa e di allegria; c’erano tantissimi amici che Gisimix truccava magistralmente di bianco-rosso-verde.
Chiassosa la partenza con un giro di lancio e subito gli ostacoli, balle di fieno e palizzate da scavalcare e passaggi sotto cui “strisciare”; molto divertente; poi entriamo nel letto secco di un torrente pieno di rovi ed ortiche che dobbiamo risalire scavalcando una ventina di muretti di contenimento, alcuni davvero difficoltosi; durante un passaggio una scarpa stringata ed una disattenzione e … picchio una culata tremenda! ‘l cùìn urla vendetta “che màl de cù! che màl de cù!”. Rimango un po’ frastornato e fatico a ritrovare l’equilibrio; dico alle ragazze di proseguire e con calma mi riprendo e vado avanti; seguito dal servizio scopa raggiungo a fatica la fine del torrente e proseguo lungo un sentiero più agevole.
Al termine della prima collina si torna su asfalto e si scende; provo a correre ma ‘l cùìn al vùsa “oi che dolòr, oi che dolor” … Proseguo tranquillo, riempio la borraccia ed affronto la seconda impegnativa salita; capisco che è successo qualche disguido sul percorso quando comincio ad essere superato da atleti che mi stavano davanti; Pino e la Yle che smadonna come un camionista turco … Arrivano anche Elena e Lauretta; scolliniamo e proseguiamo per un tratto in costa per poi scendere; l’ultimo salitone è la scalinata dei 1.000 gradoni; poi si scende a precipizio verso il castello di Brescia.
Le scalinate del castello non finiscono mai; raggiungo le mie pollastrelle al poligono; sparo senza capire se faccio centro poi io ed Elena andiamo al taglio del tronco mentre Lauretta viene imbragata per il volo sul fossato; con i due pezzi di legno in spalla usciamo dal castello quando sull’ultimo gradino avviene il patatrac; metto male il piede, mi sbilancio e cado sul fianco; sembra una caduta da nulla; praticamente neppure un graffietto; ma ho battuto il gomito e quando cerco di rialzarmi mi accorgo subito che il braccio destro si muove per conto suo e mi fa un male boia … Mi accascio per terra tenendo il braccio; arrivano subito i soccorsi; Elena sta per fare il 118 ma le dicono che l’ambulanza di servizio è qua vicino; e difatti arriva subito; nonostante il dolore riesco a rimanere lucido; dò le chiavi dell’auto ad Elena e mi faccio mettere i documenti nel taschino della t-shirt.
In breve mi ritrovo steso sul lettino del pronto soccorso; mi fanno la lastra e mi dicono che c’è una lussazione con una leggera frattura del gomito; la dottoressa cerca di ridurmi la lussazione a mente lucida; sono in tre, una mi blocca la spalla, l’altra mi tiene il braccio e la terza spinge; dopo qualche tentativo con la coreografia di tutte le stelle del firmamento decidono che è meglio addormentarmi…
Mentre aspetto cerco di avvisare casa; infilato nei pantaloncini ho l’ai-quaicoss che mi ha lasciato Elena; ogni tanto emette qualche suono strano; io vorrei solo telefonare a casa ma sono in una situazione fantozziana; braccio destro disarticolato, mano sinistra che tiene il braccio destro; se lo mollo vedo tante stelle; occhiali da corsa ca ghè vedi ‘n tùbo; ai-quaicoss che se c’avesse i bottoni con i numeri come tutti i telefoni … dopo qualche tentativo disperato ci rinuncio!
Finalmente mi addormentano e tentano di aggiustarmi; quando mi sveglio scopro che ho vinto un soggiorno premio presso l’ospedale di Brescia dove domani mi operano per ridurre la frattura; nel frattempo hanno fatto entrare Elena che mi porta la borsa, mi cambia gli occhiali ed il telefonino. GRAZIE ELENA!!! La metto in contatto con Maria Grazia per il recupero auto e la saluto caldamente.
In reparto il mio compagno di cella è un piccolo pakistano che sembra il fratello minore di Peter Sellers di Hollywood Party (un film che per me è un mito); ha la spalla steccata, un cerotto in testa ed un dito fasciato e la prima cosa che mi dice è: “Io no colpa! Semaforo verde quando io passa, io no colpa!”; di italiano spiccica tre parole in croce e scopro che è stato dimesso da due giorni ma che non sono riusciti ancora a convincerlo che deve andare a casa, forse perchè una casa non ce l’ha … Ogni volta che entra un infermiere lui grida “Io tanto dolore!”
Intanto mi tengono a digiuno; per fortuna lunedi mattina arriva il conforto di Maria Grazia Santa Subito che da allora non mi ha mai fatto mancare aiuto, assistenza materiale e spirituale! Cosa farei senza di lei? Mi porta le ciabatte, i ricambi ed un pò di canotte, l’unico indumento in cui riesco ad infilare il braccione. Il primario ribadisce che sarà un’operazione di routine.
L’anestesista mi avverte che non mi farà una “totale”: “ti addormento solo il braccio però se senti male urla che tanto io sarò lì in zona”; per cui la mia operazione diventa uno spettacolo radiofonico; infatti mi mettono un telone davanti alla faccia, sono mezzo rimbambito ma riesco a sentire tutto quello che dicono i chirurghi ed è un incubo nero: “Taglia un altro pezzo che non vedo; ma qui è un casino, ci sono frammenti dappertutto, passami la sega del 28, non riesco a riattaccarlo, spingi un po’ in su, porca vacca mi è scappato via, stringi più forte, ieri sera sono uscito con una gnocca! Passami il vinavil, signor Comparelli tutto bene? Oooh, basta ca ta se dis-ciula! Non vuole proprio saperne di stare attaccato!, lo stiamo perdendo, lo stiamo perdendo! (questo forse me lo sono sognato…) forse ci siamo, passami una vite del 45 che gliel’attacco ed abbiamo finito, del 45? Non la trovo, uè fèm minga schèrs da prè! Cerca de fa saltà foera sta vida ca sèm minga dal feramenta neh!  Eccola, ok a posto potete ricucire, pfiuuuu a l’è ndada!”
L’operazione di routine è durata 4 ore! “Abbiamo dovuto ridurre la frattura e le abbiamo inserito due viti omaggio che non ci dovrà restituire!”
Mi riportano in cella; Maria Grazia è molto felice di rivedermi … Alle 20,00 però deve lasciarmi ed inizia una delle peggiori nottate della mia vita: la lunga notte dei pappagalli! Sono a letto con indosso le sole mutande, il braccio destro è ingessato con drenaggio che termina in una boccetta ancorata al letto; sul dorso della mano sinistra c’è infilato l’ago delle flebo in posizione assai precaria (le mie vene sono poco collaborative!); sono a digiuno ma mi infilano un boccettone di flebo dopo l’altro; il mio metabolismo è molto rapido e semplice: per ogni litro di liquidi iniettati, il 99% se ne esce come pipì … Praticamente ogni ora circa con la mano sx inflebata devo sfilarmi le mutande, recuperare il pappagallo ancorato al letto, posizionarlo in modo che il pipino sia ben dentro, evacuare senza perdite, rimettere a posto la boccia piena senza spandere sulle lenzuola e ritirare su le mutande … un incubo!
Per fortuna già dal mattino riesco ad alzarmi ed andare in bagno con in mano la mia boccetta del drenaggio; il dolore è sempre stato più che sopportabile; inizia la lunghissima settimana di degenza dell’atletone (così mi hanno battezzato gli altri degenti a cui ho raccontato di essere caduto durante una gara di corsa)
Ringrazio tutti gli amici che mi sono stati vicini con sms e telefonate; qualcuno fa pure lo spiritosone: “il Compa fa il malato per farsi coccolare dalle belle infermierine bresciane …” “ma và dà via i ciapp!”
Però  questa ve la devo raccontare; quand’ero un giovane e foruncoloso ragazzino sulle ragazze bresciane era nata una leggenda metropolitana che le descriveva come gnocche dagli appetiti sessuali insaziabili! Della nostra compagnia faceva parte ‘l Ricu, un ragazzone di 190cm con due spalle rubate all’agricoltura ed un sinistro al fulmicotone che ne faceva il nostro giggirriva; ‘l Ricu aveva qualche anno più di noi; era uscito “brillantemente” dalle medie dopo un prolungato soggiorno rùzà foera a forsa da bùs da la seradùra anche grazie a qualche aiuto da parte nostra; era grande e grosso sotto “tutti” i punti di vista; quando tornavamo in bici dal cinema e facevamo la sosta “e chi non piscia in compagnia o gà la mùcc o gà la via!” col suo “estintore” era in grado di spegnere un incendio a 20m … Fù adocchiato da un amico di famiglia, agricoltore bresciano, a cui non parve vero di potersi portare in casa chì dù spàll rùbà a l’agricultùra; gli propose perciò come fidanzata la propria figlia: una ragazzona che sembrava il ritratto della salute! L’affare andò in porto senza problemi; dopo il fidanzamento e le prime “uscite” interrogammo ‘l Ricu; “Alùra, ma la và? Ta sé giamò rivà al dunque?” “Pota bagài se gò de dì; la và a meraviglia; la prima volta ca l’ho purtà in campurèla e ghò slungà la màn, la mè saltada adòss e la ma vusà in da l’urègia “sbrindemela ‘o tòta!” (traduzione soft: stapazzamela su tutta). Così nacque una leggenda …
Alla prossima,
Ettore “sbrindellato” Compa

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Commenti

  • Patty  On 19 luglio 2011 at 15:17

    PENSO DI AVER BISOGNO ANCHE IO IL PAPPAGALLO DALLE RISATE CHE MI SONO FATTA…….BUONA GUARIGIONE ;-D

  • Checco  On 19 luglio 2011 at 16:12

    Povero Compa! Immagino la scena da ER..
    Coraggio, siamo tutti con te!

  • Antonio  On 19 luglio 2011 at 17:30

    Ettore, anche tutto sbrindellato sei irresistibile!

  • elena  On 23 luglio 2011 at 12:29

    Immenso Compa, la tua capacità di non perdere il sorriso dovrebbe essere brevettata!!

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