Podisti da Marte – COLORIAMO un MONDO di SORRISI di L. Amisano

Ho preso un permesso, uno degli ultimi rimasti, speriamo che nessuno se ne accorga. Ho preso un’ora di permesso perché tengo molto a essere presente a una piccola grande festa: firmeremo con le nostre mani marziane e colorate un muro. Quel muro sta nell’aula di una scuola, quella scuola sta in un quartiere di periferia, a Milano. Una periferia fatta di giorni che trascorrono uno dopo l’altro, con la paura di perdere il lavoro, magari, o la paura di non sapere come fare la spesa, o quella di non sapere come mandare a scuola i figli, per farli uscire da un destino persino troppo certo. Oppure il timore che i figli si infilino in brutte faccende. Ma anche la paura di doverli magari proteggere da se stessi, tenere lontano dal male. Paura di non riuscire a conservare la dignità, scippata da una crisi persino troppo manovrata. Timore di non finire il mese, certezza di non avere mai i soldi per comprare nulla di superfluo. La periferia che un tempo parlava dialetto milanese e ora si colora di ogni cadenza, di ogni lingua. Una nuova ricchezza di tradizioni diverse, di riti diversi, perché la diversità è ricchezza.

La strada me la indica il mio fedele GPS, fa un caldo pazzesco. Sono così contenta, di aver fatto questa scelta, di aver scelto di essere presente, perché bisogna sempre cercare di compiere fino in fondo ciò che si inizia. Questo evento è iniziato a una missione marziana, e ora riesco a vedere il sorriso che lo completerà.

Il sorriso è quello dei ragazzini che mi vengono incontro quando arrivo alla scuola.  Quanti anni possono avere? Nove? Dieci? Mio nipote compie oggi nove anni, dopo dovrò scappare e andare da lui. Ma ora sono qui, con questi ragazzini sorridenti e festosi. Io vengo dalla periferia poveramente dignitosa degli anni Sessanta. Quella dei casermoni di cemento armato, costruiti per accogliere il boom demografico. Vengo da posti come questo. La scuola mi piace tantissimo, certo è vecchia, certo è un po’ trasandata, ma è grande, davvero grande, da fuori offre l’immagine protettiva di una istituzione incrollabile, forte, che è presente nel quartiere, che c’è e ci sarà ancora per molto, molto tempo. Una ragazzina mi indica la strada, si offre di accompagnarmi. Che caldo!

Caracollo sui sandali, e sudo nell’ascensore, che è un’esperienza di fede. La fede che ho nel suo arrivo, lentissimo, fino al terzo piano. Non avrei ma fatto le scale a piedi, anche se la balaustra di pietra rosa era invitante. I corrimano di ottone memoria forse di un tempo in cui la forma e la sostanza era una cosa sola. Ora vestigia solo del passato, ma nella loro falsa opulenza, sono certa che offrono a questi bimbi l’immagine delle cose stabili, e affidabili.

I corridoi sono immensi, quanti bimbi possono correre vocianti in questi due metri e passa di larghezza? Quanti bimbi riempiono queste grandi, enormi aule?

I miei amici marziani sono già arrivati. È sempre una festa quando un gruppo di noi si trova, è sempre una gioia. Questi sono i miei amici, più o meno “nuovi”. Come vorrei poterli vedere più spesso, ma già facciamo solo cose belle insieme, e questo dà colore a un pezzetto della mia strada.

Dipingiamo le nostre mani immergendole nel rosso, verde, blu, giallo… e stampiamo su quel muro appena rinnovato l’impronta del nostro bene. Così la vedo io, c’è la mia mano lì, che è la mano di tutti noi, che abbiamo voluto contribuire alla realizzazione di questo piccolo passo verso il bene. Un mattoncino dopo l’altro.

L’esempio del bene crea altro bene. Questi ragazzini vivono in mezzo a una realtà a volte difficile, mi è stato spiegato che non è semplice la vita di questo quartiere, che poco più avanti, oltre la strada che costeggia la scuola, il quartiere peggiora, in aspetto e in modo di vita. Mi si stringe il cuore e vorrei saper proteggere questi bei sorrisi. Sono così allegri e festosi, non ci conoscono ma i loro cuoricini grandissimi sono aperti a noi, loro sono interamente disponibili, innocenti e in ascolto. Farebbero qualunque cosa chiedessimo loro di fare, perché si affidano a questi adulti sconosciuti, con tanta gioia. Sento la loro fiducia in noi come se fosse una nube che ci avvolge. Come vorrei proteggerli.

Non ricordo bene i loro nomi, tranne uno: Mélanie, la ragazzina bruna che mi ha accolta al mio arrivo. Tiro fuori il telefono e lei esce in una esclamazione di ammirato stupore, quasi quel telefono rappresentasse per lei chissà che di inarrivabile. Lo metto via. Dopo le foto, che per un marziano sono una tappa fissa di ogni evento, perché i marziani amano dare l’esempio mostrando cosa si fa quando si è marziani, scendiamo in cortile. Le foto sono sempre anche il mezzo per poter fare un po’ gli scemi, giustificati da un click, ça va sans dire. I marziani sono bambini camuffati da adulti, ogni pretesto è buono.

È il momento dei giochi e, per me, è il momento di andare via. Che dispiacere, come vorrei togliermi quei sandali e lasciarmi andare a una bella corsa in quel cortile all’ombra: palla prigioniera, il gioco della bandiera, ce l’hai; tutte quelle attività che a un adulto sono precluse, anche se sono sicura più di uno guarda con invidia i ragazzini che ci giocano.

Saluto i bambini, e gli amici seduti in mezzo a loro, pronti al gioco, i miei amici. Saluto i bimbi rimasti in piedi un a uno, con un bacino. Saluto Mèlanie, che mi fa un regalo, mi regala un braccialettino fatto di fili di plastica, annodati e intrecciati, non è finito. È rosa e violetto e lei lo dona a me. Non sa neppure chi io sia, sa appena il mio nome, e mi fa un dono. I bambini sono davvero straordinari. Quanti altri muri possiamo colorare perché una bimba che non ci conosce ci faccia un regalo?

Laura Amisano

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